Il vino tra innovazione ed architettura paesaggistica – Tenuta Terrazze dell’Etna

Ho fatto conoscenza per la prima volta con l’azienda agricola Terrazze dell’Etna allo scorso vinitaly, dietro consiglio di un collega sommelier che aveva assaggiato i loro vini il giorno precedente. Così, visto il suo entusiasmo, l’occhiolino ed il pollice alzato in segno di grande approvazione, non ho potuto resistere, coinvolgendo i miei amici nel seguirmi alla scoperta di qualcosa di nuovo… Beata la mia ignoranza, perché passare a conoscerli ed assaggiare i loro vini, è stata una delle visite che ricordo con più piacere in quei tre giorni di delirio.

Inevitabilmente, raggiunta la tappa etnea alla scoperta di questo territorio da me amato, non si poteva fare a meno di andare a visitare la cantina ed i vigneti; cosa buona e giusta per chi vuole comprendere qualcosa in più su un luogo unico nel suo genere. Lasciate che vi spieghi…

L’idea parte dall’ingegnere palermitano Nino Bevilacqua e dalla sua famiglia, amanti del territorio e del vino qui prodotto, giunti qui con un progetto tanto semplice quanto elaborato, ovvero produrre grandi vini legati al territorio attraverso tre dettami: conoscenza, tutela e modernità.

La conoscenza è intrinseca negli agricoltori che lavorano tutti i giorni in questi vigneti centenari, con rispetto e cura. Per la tutela basta vedere il tipo di recupero svolto di tutti quei vigneti che rischiavano di andare a sparire a causa delle complicate condizioni di lavoro, posti sotto la perpetua minaccia di mamma vulcano, la quale dona ai vini un’anima unica, ma è capace di riprendersi tutto con un’unica eruzione. Per la modernità basta avere gli occhi ed andare a visitare questa azienda, sarà poi facile restare colpiti dal lavoro svolto per donare una nuova veste a questa realtà agricola.

L’azienda è sita a Randazzo lungo il versante nord del vulcano, qui si trova la nuova cantina costruita nel 2012 ed attrezzata con le ultime tecnologie esistenti, il tutto costruito a rigor di logica e con un design affascinante, capace di imprimere nel visitatore ricordi indelebili ed emozionanti. Per me, invece, il miglior ricordo resterà per sempre la lunga camminata fatta tra i loro vigneti, dai 650 agli 950 metri di quota, una bella sfacchinata sotto il caldo sole siciliano di fine giugno. Una sfacchinata percorsa in due, io e Fabio Vassallo, energico promotore dell’azienda ed esperto comunicatore del territorio etneo, il suo territorio.

Attraversando i vigneti e salendo lungo la pendice vulcanica, si arriva ad un ampio luogo suddiviso su più terrazze vitate, dominate ai lati dal ricco bosco e dal secolare e massiccio castagno posto al centro. Qui, giunti sulla parte più elevata, si possono dare le spalle al vulcano e godere di una vista unica. Con un po’ di immaginazione, elimino tutte le piante di vitis vinifera e le sostituisco con scure rocce di pietra vulcanica, ritagliate a formare una lunga ed ampia gradinata. In questo modo appare chiaro di trovarsi in un vero anfiteatro naturale, dove un tempo si poteva accedere per ascoltare attori e poeti nei loro canti teatrali. Bellissimo da immaginare, ma resto comunque più contento di vedere rigogliose piante verdi che in molti casi superano i cento anni di età. Scusate attori e poeti, lascerò che sia il vino a decantare la storia ed il fascino dell’Etna.

Sui 36 ettari della proprietà si trovano boschi, olivi, cascinali restaurati, il rinnovato palmento, un profumatissimo roseto ed, ovviamente, i vigneti. Principalmente viene coltivato il nerello mascalese, principe del territorio, con presenza di piccole terrazze vitate a cappuccio, ma la sorpresa sono sicuramente i diversi appezzamenti, posti a differenti altitudini ed esposizioni, di pinot nero e chardonnay. Io sarò fatto male, o strano, o tutti e due, ma quando sento nominare questi vitigni in zone dove esistono storiche tipicità, tendo sempre a storcere il naso. Sono consapevole del mio errore, perché ammiro chi osa e chi ha l’ardire di sperimentare e, bisogna dirlo, qui il coraggio non manca. Se poi ci si avvale della conoscenza di uno dei migliori enologi italiani come Riccardo Cotarella, allora si può pensare che l’esperimento abbia già una forma e che presto sarà realtà.

Prima di passare a parlarvi dei vini degustati voglio provare a raccontarvi quanto a volte sia complicato coltivare in queste zone. Il suolo è principalmente composto da roccia vulcanica che, una volta solidificata, va a formare un denso strato basaltico osservabile su ogni lato. Insieme a questo si può notare come nei filari, o tra gli appezzamenti coltivati ad alberello, siano molti gli spazi vuoti lasciati da piante le cui radici non sono state in grado di affrontare lo strato roccioso superficiale e siano morte. Le altre, invece, estraggono da questo suolo un’espressione minerale che facilmente si può ritrovare nel vino degustato nel bicchiere. Veniamo ora alla degustazione…

Parliamo, ora e subito, di quei due vitigni alloctoni sopra citati; entrambi vengono coltivati e vinificati per diventare metodo classico, con affinamento in bottiglia sui lieviti per un minimo di 36 mesi; sorpresa! Sono lo chardonnay in purezza blanc de blanc ed il pinot nero con il 10% di nerello mascalese vinificato Rosè, di sicuro differenti tra loro e con caratteristiche proprie della varietà impiegata. Personalmente ho preferito il blend rosè, più espressivo, persistente e fine, con profumi croccanti di frutta rossa acerba ed una lieve sfumatura erbacea. Se abbinato al cibo si eleva maggiormente e rappresenta un vino capace di sostenere un intero pasto, senza essere precluso al mondo degli aperitivi.

Il vino bianco “Ciuri” prodotto da nerello mascalese è qualcosa di unico. E’ la prima volta che assaggio questo prodotto da bacca rossa e ne resto piacevolmente impressionato. Un vino ampio all’olfatto, con profumi di fiori ed erbe aromatiche, ed un chiaro filo minerale a sostenerlo, ancora più percettibile al palato insieme ad una vena sapida. Non possiede una lunga persistenza di gusto e lo penso adatto a molti antipasti di pesce e soprattutto ai frutti di mare. Sempre personalmente, è stato di mio gradimento e credo sia un’intelligente finalità produttiva per un luogo in cui la bacca bianca scarseggia.

Anche il Rosato deriva dal mascalese in purezza, con macerazione sulle bucce di circa 6 – 8 ore; il profumo della fragola è chiaro come il sole e lo si ritrova anche al palato, dove colpisce per l’intensità, ma non per eleganza e precisione. Anche se questo può non essere un complimento, l’ho comunque trovato gradevole e soprattutto con una beva semplice. Diversi giorni dopo la mia visita, ne ho aperta una bottiglia a casa in Oltrepò; all’ombra del sole è stato per me ed i miei amici il principale attore del pranzo, ma finito, ahimè, troppo presto.

Veniamo così ai rossi:

Il “Caruso” 2013 è 80% mascalese e 20% cappuccio, 6 mesi di tonneaux e 12 mesi di bottiglia; vino limpido, di un bel rosso carico, ha profumi ben difiniti di frutti di bosco, carruba ed una immediata nota di tostatura, come di cenere. Evolve nel bicchiere, lasciando passare una leggera sfumatura boisè. In bocca persiste, costruito su un equilibrio tra tannino ed acidità. Questo vino incontra il mio palato, è quel genere di beva che affronteresti volentieri a pranzo, a cena e ne vorresti un bicchiere anche lontano dai pasti, perché composto dal binomio semplicità-ricercatezza. Mi piace.

“Cirneco” 2010 da nerello mascalese in purezza dei vigneti più vecchi, quelli centenari dell’anfiteatro di cui vi parlavo prima; 18 mesi in tonneaux e più di 3 anni in bottiglia. Il colore inizia a sgranare, quasi ad assomigliare alla terra su cui poco fa mi trovavo. Le prime sensazioni a raggiungermi sono la finezza e la masticabilità, mi colpisce immediatamente e mi fa pensare di allontanarlo dal solito schema di abbinamento, per portarlo tra amici e fare una sorpresa emozionale. Non se ne può scrivere o parlare, va sicuramente provato. Intanto che lo andate a cercare, provo a descriverlo: molto ricco ed in continua evoluzione, cenere, bacche di ginepro, cannella, frutta dolce ed una quantità di spezie indefinibile; In bocca è davvero elegante, pulito, schietto e di media persistenza. Lo ripasso più volte per estrarne le più piccole sfumature, davvero un vino che vi consiglio di provare.

L’ultimo è il “Cratere” 2011, 80% di mascalese e 20% di petit verdot, 12 mesi di tonneaux e 12 di bottiglia; è più amalgamato dei precedenti e necessita di un po’ di tempo per mostrarsi, con profumi di marasca, mora, inchiostro, cacao e quasi un’anima liquorosa.

Terrazze dell’Etna è una delle realtà relativamente più giovani del territorio etneo, ma è una di quelle di cui, da ora in avanti, sentiremo spesso parlare. Infatti, mi viene da pensare al consiglio ricevuto dall’amico sommelier che mi ha permesso di venire a conoscere questa cantina. Cosa mi sarei perso?