La scommessa di Montevetrano

Già, una scommessa, così mi piace definire il vincente progetto di Silvia Imparato, una scommessa nata dalla voglia di sperimentare e sfidare i grandi vini rossi che, oltre 20 anni fa, facevano parlare tanto di sé nella nostra penisola. Soprattutto Bordeaux e quelli che oggi vengono definiti Super Tuscan, principalmente cabernet sauvignon e merlot. Dalla frequentazione della famosa enoteca Fratelli Roffi Isabelli a Roma, complice una compagnia di esperti appassionati del settore vinicolo, Silvia Imparato decide di dare nuova vita alla piccola realtà agricola in suo possesso, uno scrigno nel parco regionale dei Monti Picentini, a Salerno.

<< Perché? Credete che non sia possibile fare un altrettanto grande vino nel sud Italia? >> Questa è stata la domanda che ha fatto scaturire tutto. Forse avventata, forse dovuta ad un bicchiere di troppo, ma che di certo è stata la scintilla per accendere il desiderio. Perché da quei giorni sono passati diversi anni ed ora, questa scommessa, non solo è divenuta realtà, ma è cresciuta fino a divenire una delle più importanti aziende vinicole di tutto il territorio campano, riconosciuta a livello nazionale ed oltre confine.

Nella metà degli anni ’80 le cose cambiano nelle terre della famiglia Imparato; dai vecchi vigneti autoctoni della zona, si passa alla coltivazione del più rinomato cabernet sauvignon, affiancato ad uno dei principi del territorio e da sempre coltivato, l’aglianico e, a seguire, dal merlot, principalmente coltivati a guyot. Negli anni a seguire tutto prende forma e nel 1991 nasce il suo primo vino, grazie al sostegno e alla consulenza di uno dei più famosi enologi italiani: Riccardo Cotarella.

Da allora molte cose sono cambiate, portando l’azienda a crescere di anno in anno: la cantina all’interno della vecchia tenuta ha fatto spazio alla più moderna tecnologia, giunta insieme alla costruzione della nuova struttura ed all’aumento della produzione, sia di bottiglie sia della varietà dei vini. Dopo la vinificazione in acciaio, si è scelto la barrique di rovere francese come compagna ideale per l’affinamento del vino, proprio per “smussarne ed ammorbidirne” l’energia. Difatti, agli inizi, la produzione si concentrava sulla capacità espressiva del cabernet ed in minor parte dell’aglianico e del merlot, oggi, invece, si ha avuto un’inversione di tendenza e lo stesso aglianico, da aiuto regista, è divenuto parte integrante della produzione, arrivando ad essere vinificato in purezza nel 2011, per onorare i 20 anni di attività aziendale e per continuare a sperimentare e stupire.

Per scorgere i vigneti ho dovuto addentrarmi nei 26 ettari della proprietà, in cui, in una conca naturale, le viti mescolano la forza di un microclima unico, tra monti e mare, all’ energia del suolo argillo calcareo e con un ricercato impasto vulcanico. Quando si vuole parlare terroir… Dalla parte più elevata di questa conca, a circa 150 metri di quota, si gode di una magnifica vista del parco regionale, con le sue coltivazioni di viti, noccioli ed ulivi, avvolti da una sana e selvaggia macchia mediterranea.

Dopo la visita ai vigneti ed aver visto la cantina, per la degustazione ci spostiamo nella tenuta di proprietà della famiglia Imparato da generazioni, un luogo di relax e silenzio, cullato dal movimento degli alberi e dal flebile suono emesso dai grilli che non concedono tregua, così come il caldo sole di luglio. Dalle sensazioni di questo luogo, mi faccio trasportare col pensiero a casa mia, in Oltrepò.

Il primo a scendere in campo è il “Core” 2014, annata piovosa la sua; Aglianico in purezza, vinificato in acciaio ed affinato per breve tempo in barrique di rovere francese. Al naso è dosato, non di grande intensità, ma pronto fin da subito alla riconoscibilità dei suoi profumi, con una partenza sulla frutta rossa(mi ricorda molto l’amarena), passando dalla speziatura, finendo su una sfumatura vegetale di sottobosco. Al palato è diverso da come me lo aspettavo, meno acidità del previsto e nel complesso strutturale un vino morbido e rotondo, con un fine tannino che non allappa e ne completa la struttura. Un Aglianico “semplice”, non di possente presenza e lunga persistenza, un vino fruibile a tutto pasto ed abbinabile a molti piatti.

Il Montevetrano è stato il primo rosso prodotto e rappresentante stesso dell’identità aziendale. Oggi in composizione di Cabernet 50%, Aglianico 30% e Merlot 20%, mentre fino a pochi anni fa l’Aglianico concorreva solo per il 10%. Viene vinificato in acciaio ed invecchiato in barrique nuove di rovere francese per circa ed oltre 12 mesi, dopo di che affina il tempo necessario in bottiglia prima di essere commercializzato, più che altro per bilanciare ed amalgamare l’uso del legno piccolo. Le bottiglie sono state aperte in precedenza, per dare la possibilità al vino di mostrarsi nella sua complessità.

Ne degustiamo due annate per comprenderne l’evoluzione e saggiarne le potenzialità.

2013: Il primo e più intenso profumo a colpire il mio apparato sensoriale è stato quello della pera, con un seguito di frutta rossa dolce e note floreali. Pulito e fino, a cui il tannino regala una generosa eleganza, andandosi a depositare sul fondo del palato, aiutando ad allungare la persistenza e senza esprimere una sensazione opulente o amaricante. Vino già pronto ai banchi di degustazione e che, vista la rotondità delle sue sensazioni, non valuto come esclusivamente da invecchiamento.

2008: Il chiaro profumo di pera del precedente vino, lascia spazio all’evoluzione del tempo, tra castagna, pepe bianco, pelle e tabacco dolce; un naso fine e ricercato. La trama tannica è simile a quella del 2013, ma con più capacità di aggrapparsi e restare, presentando una beva tattile, aiutata da una sottile acidità ed una chiara mineralità che porta una leggera sensazione sapida. Un vino affascinante e profondo, dalle molteplici sfaccettature, capace di interessare ogni abile degustatore e che, di sicuro, mi fa cambiare idea sulla sua potenzialità all’invecchiamento.

Da anni presente sulle diverse guide enogastronomiche del nostro paese, il desiderio della signora Imparato di stupire non ha ancora ceduto il passo alla voglia di godersi un po’ di meritato riposo e, a breve, sul mercato sarà disponibile il “Core bianco”, prodotto da uve Fiano e Greco: la nuova idea aziendale per entrare nel “mondo dei bianchi”. Spero a breve di darvi qualche informazione in più, ma, soprattutto, di potermi godere una di queste bottiglie nella pace di casa mia, provando a ritornare col pensiero a questo magico posto.

L’ultimo pensiero va certamente a Silvia ed alla sua sfida enologica, capace con i suoi vini di portare attenzione in un territorio che, prima di allora, non aveva mai ricevuto le lodi per il valore enoico con cui invece oggi viene riconosciuto ed apprezzato.

Una scommessa nata per gioco e vinta nella realtà. Questa è la Cantina Montevetrano.