il verdicchio tra storia, emozione e futuro – Az. Agricola Santa Barbara

Amo il verdicchio! Tutti dovremmo amare il verdicchio! Questa bacca bianca autoctona delle Marche è universalmente riconosciuta come una delle migliori varietà della nostra penisola, quella che, più di molte altre, sa adattarsi ai desideri del proprio vignaiolo, offrendogli una versatilità enologica che spesso sentiamo nominare solo per altre uve notoriamente più famose. Personalmente, ho avuto il piacere di degustare il verdicchio in ogni sua forma ed espressione (per ora): Metodo Classico, bianco classico, dolce, macerato, riserva, vendemmia tardiva e persino passito, con differenti declinazioni se prodotto a ridosso del mare, nelle sinuose campagne o sulle pendici degli Appennini.

Consapevole di ciò, una volta raggiunta la tappa marchigiana del mio viaggio lungo l’Italia, non ho potuto fare a meno di visitare le realtà che, ad oggi, sono alla continua ricerca di miglioramenti, soprattutto per quanto riguarda l’espressività dei propri vini. Tra tutte le cantine che compongono il territorio di Jesi, quella di Stefano Antonucci è stata una visita obbligata, per meglio conoscere ciò che è stato fatto e ciò che ancora si può fare per il territorio e per lo stesso verdicchio.

L’Azienda Agricola Santa Barbara nasce per mano di Stefano Antonucci che, grazie al richiamo per l’agricoltura e la storia, decide per il suo futuro e quello della sua famiglia il paese di Barbara, nell’entroterra della provincia d’Ancona, dove fa nascere la sua azienda, donandogli il nome della Santa martire del paese, legando così la sua identità alla storia del luogo. Un legame cominciato oltre 30 anni fa, che lo ha portato a divenire uno dei più famosi viticoltori del territorio per il suo coraggio innovativo e la qualità dei suoi vini. Il merito va a Mr. Antonucci e al suo spirito imprenditoriale, capace di unire piccoli produttori artigiani in un controllato gruppo di conferitori, abile nel percepire l’umore del mercato e muoversi di conseguenza, ma soprattutto per la costanza con cui ha saputo mantenere alto lo standard qualitativo dei suoi prodotti.

La struttura principale della cantina si trova all’interno del piccolo comune di Barbara, affiancata da un antico monastero recuperato negli anni da Stefano. Oggi a questo edificio è dedicato l’invecchiamento dei vini, ma camminando tra le stanze ed i bassi corridoi, ci si può accorgere di come in questo luogo vi siano tracce di un passato attivo nella produzione di vino. Viste le condizioni ottimali, l’antico monastero oggi movimenta una dinamica più passiva rispetto al passato, divenendo la barricaia dove il vino riposa ed evolve. Consiglio ovviamente di visitarla; io ho avuto il piacere di essere accompagnato da Elena Lorenzetti, nipote di Stefano, la giovane energia che porta l’azienda oltre il confine nazionale, facendo conoscere il nome delle Marche nel mondo.

I vigneti di proprietà sorgono su diversi comuni, giocando con esposizioni e differenti composizioni del suolo, che può variare da un impasto più calcareo argilloso a terreni sabbiosi e molto drenanti. I venti giocano ovviamente un ruolo fondamentale nella maturazione delle uve, ci troviamo difatti a soli 20 km dal mare e dalla sua influenza e, alle spalle, incontriamo l’appennino umbro e la sua selvaggia natura; un contrasto che dota di una personalità territoriale le uve prodotte in questa parte di regione.

Ad oggi la cantina Santa Barbara ha raggiunto una produzione 900.000 bottiglie l’anno, con una ampia scelta di etichette, divise secondo la tradizione in verdicchio, lacrima di Morro d’Alba ed il montepulciano e, secondo il trend internazionale, con vitigni come cabernet, merlot e syrah. Ma quest’oggi c’è un unico vitigno su cui mi preme focalizzare l’attenzione: il verdicchio! Ci soffermiamo così su 3 etichette per capire finalmente il potenziale di questa bacca.

Il primo vino è Le Vaglie, Verdicchio dei Colli di Jesi DOC Classico, uno dei vini entry level che più mi ha entusiasmato; è un vino che ha in sé poche caratteristiche, ma non in senso dispregiativo, bensì al contrario: la sua semplicità è affascinante, perfetta espressione del giovane carattere del verdicchio, con un fine ventaglio di profumi floreali, di mandorla e con una leggera sfumatura agrumata. E’ proprio al palato che si percepisce quella semplicità di cui vi parlo, cominciando fin dal primo sorso percependone la cremosità e finendo con una lunga e gustosa persistenza, affiancata da una ben equilibrata acidità. Un vero verdicchio insomma!

Il secondo è il Classico Superiore, la riserva Stefano Antonucci 2014: sempre in purezza, questo vino matura in barrique di rovere nuove per l’80% per circa 12 mesi e resta fermo in bottiglia nella cantina, per un breve periodo, prima della sua messa in commercio. Dimostra uno sguardo più evoluto e più internazionale per questa varietà; tra le note di frutta secca e frutta esotica, in poco tempo esce un chiaro sentore minerale fumè, straordinario. Al palato, il recente uso del legno si percepisce ancora, tanto da indurirne un poco l’armonia che si forma grazie all’ottima struttura e a tutte quelle sensazioni che si susseguono: il lieve tannino, la sapidità, l’acidità, il gusto, la persistenza; tutto questo al fine di avere una gradevole avvolgenza. L’ho apprezzato molto, ma sento che c’è ancora della stoffa da cucire; il legno è un compagno ideale per l’invecchiamento ma, come spesso accade, c’è bisogno del giusto periodo di affinamento in bottiglia perché il vino trovi l’equilibrio di cui ha bisogno, senza lasciare tracce del suo invecchiamento, ma facendoci gioire per la sua evoluzione.

L’ultimo vino che prendiamo in esame è l’eccentrico “Tardivo ma non tardo”, il Verdicchio Classico Riserva 2013 vendemmia tardiva, originario da vigne poste in esposizione nord-ovest su terreni ad impasto argilloso; vinificato in acciaio, dove resta per due anni sulle proprie fecce fini con periodici batonnage. Un vino molto differente dai precedenti e dai molti assaggiati in questi giorni: colpisce all’olfatto per la sua anima salmastra e la pungente nota vegetale, mentre al palato si presenta morbido e cremoso, di media persistenza, lasciando una sensazione amaricante che aiuta la beva e struttura il corpo donandogli maggiore carattere. Un vino che consiglio di provare per capire dove ci si può spingere con il verdicchio e poi, devo dirlo, vi sfido a resistere alla sua etichetta, disegnata in esclusiva dall’artista Catia Uliassi, un’opera differente ogni anno proprio per celebrare questo particolare vino.

La mia visita qui è stata sicuramente un passo essenziale per approfondire il valore che la splendida varietà chiamata verdicchio è in grado di comunicare, rivelando non solo la versatilità del vitigno, ma le capacità e l’esperienza del vignaiolo stesso, il custode di questo tesoro. Spero presto di tornare nelle Marche, oramai sono un verdicchio adicted e non vedo l’ora di scoprire quali novità la cantina Santa Barbara ha in serbo per il nostro futuro. Perciò, a presto.