Quando è il tempo a parlare – Prove di un non comune verdicchio

Come ho già più volte detto, il verdicchio è una delle bacche bianche che in Italia preferisco, per il suo carattere malleabile, capace, più di altri, di assorbire le caratteristiche del territorio d’origine ed esprimerle all’interno della bottiglia. Nel continuo desiderio di raccontare questo amore per il verdicchio, mi trovo ad assaggiare i vini di Gianluca Mirizzi, titolare dell’azienda Montecappone a Jesi, un’attività vinicola nata negli anni ’60 ed acquistata, alla fine del secolo scorso, dalla famiglia Bomprezzi – Mirizzi. La sfida è quella, degustando annate diverse seguiamo un percorso per valutarne l’evoluzione nel tempo, traendo le conclusioni del caso. Oggi non analizziamo se e quale legno è più adatto, per quanto tempo deve restarci, lieviti o altro, oggi valutiamo l’attesa in bottiglia. La mano e la filosofia sono le stesse per tutte queste bottiglie, non ricerco nulla di particolare, cerco solo di indagare un poco…

– Federico II Classico Superiore 2015: verdicchio in purezza, nasce in acciaio dove resta fino alla primavera. Ha una pungente ed intensa carica aromatica, si distinguono i tipici profumi vegetali e di mandorla, ma con poca franchezza. Il sorso rivela molteplici caratteristiche e, come all’olfatto, ha poca chiarezza e tanta energia ancora da smussare, nervoso come potrebbe essere un adolescente.  Mostra sapidità, una viva acidità ed un leggero retrogusto amarognolo allungato dalla alcolicità finale che persiste dopo aver deglutito.

Le annate a seguire di verdicchio sono le Riserve Utopia, le quali affinano in cantina per un anno a riposo sulle proprie fecce, proseguendo poi un anno di bottiglia prima della vendita.

2014 – Arriva subito e, da subito, lascia intuire quanto un anno in bottiglia doni maggiore definizione, segnando un altro livello di interesse. Si intuisce la nota minerale, il profumo di bergamotto e col tempo le più lievi sfumature organolettiche. Al palato ha fatto un passo da gigante, con maggiore equilibrio e concentrazione del precedente vino; l’acidità è meno invadente, più cremosa, e se prima l’alcolicità si percepiva chiaramente, ora è una parte integrante della struttura e non più uno spigolo.  Davvero un bel vino.

2013 – S i percepisce un’affascinante caratteristica che non si perde, una netta sfumatura sulfurea, ritrovabile anche al palato insieme alla spiccata sapidità. Mano a mano che il tempo passa e la temperatura sale, ecco che escono note di frutta secca e frutta tropicale. Schietto al palato, cremoso e di semplice beva grazie alle caratteristiche minerali ed alla piacevole e prolungata acidità.

In modo da proseguire una tesi sul valore dell’affinamento in bottiglia, degusto due annate più vecchie per vedere dove porta il tempo. Sono le riserve del 2010 e del 2008, nessun invecchiamento in legno, solo cemento e riposo in bottiglia come i precedenti.

2010 – La tonalità di colore è rimasta invariata, un giallo paglierino chiaro leggermente più brillante, senza mostrare un grado d’invecchiamento; è così anche al palato, dove non dimostra questi 6 anni, grazie ad acidità e sapidità che insieme creano una gradevole cremosità poca sostenuta dalla struttura del vino, con una beva più sottile e meno persistente. Parte chiuso, ma mano a mano esce finemente, mantenendo quella nota minerale sulfurea che tanto ho apprezzato, insieme alla pungenza del pompelmo ed al vegetale della felce che si amplifica col tempo. Mi pacerebbe ritapparlo e metterlo via ancora qualche anno, ma ahimè…

2008 – Un’altra storia: Il colore si è fatto più carico deviando sul giallo dorato, il primo segno di una maturazione che ha fatto evolvere il vino. Affascinante al naso dove, con un po’ di attesa, i profumi si susseguono tra il balsamico delle erbe, i cereali, il minerale, il netto sentore di melone, la mandorla e così via… Non è per niente stanco al palato, presentando la tipica sapidità concentrata sulla lingua e la lunga acidità che ora si è fatta più delicata. Pieno e ricco, è un vino che non si fa pregare per essere bevuto, disponendo del corretto corredo genetico per essere definito un vino adatto all’invecchiamento ed essendo, egli stesso, la rappresentazione di ciò di cui il verdicchio è capace.

Dopo quest’ultimo assaggio mi chiedo fin dove arriverà la 2010…

Quante volte vi capita di andare al ristorante e trovare un Verdicchio Riserva 2004/05/06/…? Se non raramente, mai. Nella discutibile tradizione italiana di bere vini giovani d’annata, perché così chiede il mercato, ecco dove può condurre la maturazione in bottiglia. Forza gente, provate ad andare in controtendenza, acquistate qualche bottiglia dei vostri vini o vitigni preferiti e dimenticateli in cantina. L’attesa vi porterà grandi gioie…