Da sx alto: Andrea Barbieri(Eredi Barbieri); Isabella Biraghi(Conti Vistarino); Alessio Brandolini(Az. Brandolini Alessio); Pietro Dilernia(Terre dOltrepò/La Versa); Marco Bertelegni(Monsupello)
Da sx basso:Stefano Picchi(Az. Picchi); Riccardo Cimò(Io); Achille Bergami(Travaglino)

Espressioni di Pinot Nero: l’Oltrepò Pavese in primo piano

Quante volte il Pinot Nero è stato al centro delle vostre discussioni? Certamente molte.

E in queste discussioni, quante volte avete citato il Pinot Nero dell’Oltrepò Pavese? Certamente meno.

L’Oltrepò possiede un valore innegabile, ma negli ultimi vent’anni ha subito una comunicazione sbagliata, figlia di un retaggio produttivo che raramente ha premiato la qualità e che spesso ha creato confusione. Per fortuna c’è chi ha sempre dimostrato qualità, e, assieme a questi pochi valorosi, oggi si sono aggiunte le nuove generazioni determinate a portare l’Oltrepò su una nuova strada. Come fare? Cominciando dai vini, e più precisamente dal principe del territorio: il Pinot Nero. Coltivato in gran parte del mondo, trova solo poche zone all’altezza delle aspettative finali di cui un fine intenditore è alla ricerca; certo, l’Italia e le sue colline sono ottime per la sua maturazione, ma non sempre si trovano vini di carattere, rischiando così di allontanare il degustatore dal fascino di questo vino. Ma sono così anche i Pinot dell’Oltrepò? Sarà mio piacere rispondervi alla fine.

Per trovare le prime risposte, ho organizzato una degustazione orizzontale con enologi ed amici del territorio oltrepadano, affrontando questo celebre vitigno. La degustazione ne prevede 12 serviti alla cieca e divisi su 2 batterie da 6, l’ordine e la selezione delle bottiglie è stata fatta da me secondo canoni prettamente emozionali e di conoscenza dei vini e dei vignaioli. Due i requisiti fondamentali: Il primo, un passaggio in legno è richiesto, soprattutto per omologare la degustazione ad una qualità produttiva comune, siccome molti di questi vini nascono da un crù scelto proprio per la sua vocazione vinicola. Il secondo, tutti i vini devono essere dell’annata 2015; ottima annata, per alcuni terminata, per molti in commercio, per pochi altri non ancora in bottiglia, visto soprattutto il rispetto dell’attesa che si vuole comunicare.

Andiamo per gradi e cominciamo proprio dal territorio. Per quanto riguarda storia, vitigni, ettari e numeri, consiglio di visitare il sito del consorzio o fare una bella ricerca su internet, questa parte retorica oggi la lasciamo a loro, noi abbiamo altro da comunicare. Quest’oggi vogliamo comprendere quali sono gli elementi che caratterizzano la produzione in termini di qualità e cominciare a tracciare le linee che andranno ad identificare la natura territoriale dei vini. Non semplice con solo 12 vini, ma sono stati proprio questi 12 a far scaturire le domande e le successive risposte che stavo e stavamo cercando. In pochi sanno che l’Oltrepò è quella fascia collinare che collega la Pianura Padana all’Appenino Ligure, un territorio vasto e complesso che si inclina partendo da 100 mt slm e supera facilmente i 1000 mt, con vette che raggiungono e superano i 1500 mt. Ovviamente l’Oltrepò vinicolo non tocca queste punte, ma fa riflettere su quante differenti altitudini ed esposizioni è possibile coltivare la vite; pensate ai venti che discendono dall’Appennino, all’umidità della pianura, all’abbondanza di acqua, alla parte boschiva che a sua volta influenza le escursioni termiche e l’umidità, per non parlare della composizione dei terreni. Anzi, parliamone un attimo. L’argilla domina il territorio, ma c’è molto scheletro e quindi marne, insieme a sabbia, minerali, arenarie e limo; questi sono solo alcuni degli elementi che, nelle diverse percentuali, compongono principalmente il suolo. Bisogna dirlo, tutta questa complessità non semplifica il lavoro, ma di certo esalta i pochi che vogliono affrontarlo.

Il primo quadro generale viene fornito unendo le parole spese quella sera, i riassaggi del giorno dopo ed i dati forniti dai produttori. Una cosa è chiara, c’è grande qualità, nessun dubbio, e cosa ancora più affascinante ci sono caratteri territoriali comuni che restano netti e distanti dalle molteplici personalità dei produttori, dimostrando l’indole di cui eravamo alla ricerca. (Scorrete sul fondo per le schede tecniche e mappa)

L’esame visivo dei vini 2,4, 11 e 12 (Picchioni, Bisi, Brandolini, Bertè&Cordini), presenta una sfumatura più chiara e decisamente più trasparente di tutti gli altri, così come differente è la gamma olfattiva, con profumi più evoluti ed inizialmente dolci, che virano sul fruttato ed il floreale dimostrando una fine ampiezza. L’acidità è lunga, posizionata sulla parte bassa del palato più che sulle guance, contribuendo così alla beva nonostante l’energia dei tannini. Questi vini nascono nella zona orientale dell’Oltrepò Pavese vinicolo e mano a mano che si vira verso occidente, si notano ben altre sfaccettature degustative. Il ventaglio olfattivo diminuisce, mantenendo netta la parte erbacea e balsamica, il vino è più compatto al palato, la beva si irrobustisce e si avverte un leggero calore sul retropalato. I vini 1, 5 e 10(Cardenaz, Frecciarossa, Picchi) raccontano questo. Posizionati sulla prima fascia collinare intorno a Casteggio, soffrono del caldo e dell’umidità della pianura in estate, abbiamo così vini più vigorosi che necessitano di ulteriore tempo in bottiglia per maturare la loro espressività, in un percorso vantaggioso anche per l’evoluzione dei profumi. Anche il colore racconta questa energia, più carico e meno trasparente, si discosta chiaramente nel bicchiere dal versante orientale. Il numero 3 (Vistarino) si trova in una splendida zona lontana dal caldo della pianura e su terreni maggiormente elevati,ricchi di calcare e più drenanti, di fatto il vino è più pronto sia nella beva sia nei profumi rispetto ai 3 appena citati, dimostrando bilanciamento e complessità. Il vino 7 (Mazzolino) comunica la stessa energia e potenziale futuro dei vini di prima collina, ma i terreni ricchi di gesso e minerali portano nel bicchiere un’acidità più fine e lunga, in maggior equilibrio nel corpo del vino e sostenuta dal carattere minerale al palato. Il numero 8 (Milanesi) cade veramente nel mezzo tra prima collina e bosco, ha certo robuste caratteristiche al palato, ma più definito al naso soprattutto sulla croccante parte fruttata. Visto che questo è stato un campione da botte, attendiamo le bottiglie con pazienza. Il 9 (Travaglino) soffre di importanti escursioni termiche notturne e difatti si presenta più pronto al naso rispetto ai colleghi verso Casteggio, con un’acidità meno vibrante rispetto sempre ai precedenti, ma più pronto e bilanciato. Il 6 (Stefanago) è tra i vigneti più elevati, oltre i 500 mt slm, sempre con ricchezza di argille e scheletro. Un vino differente, con una espressione davvero personale dal produttore, per cui questi sentori selvatici necessitano di amanti esperti ed assaggi ripetuti nel tempo per comprenderne lo stato evolutivo. Nulla viene lasciato al caso, vista l’esperienza che questa identità “naturale” ha accumulato negli ultimi 30 anni. Una personalità non ordinaria.

Un altro dei punti cardine della degustazione è stato certo il grado alcolico, esso esalta la finezza dei vini non svilendone mai i profumi, è ben integrato, sinergico nella struttura e di piacevole morbidezza; un’altra peculiarità di rilievo che definisce il calibro di questi vini e di cui spesso viene dimenticata l’importanza. Importanti sono anche queste note balsamiche e di erbe ritrovabili in quasi tutti vini, come a dimostrare all’olfatto un’indole territoriale comune ritrovabile in ogni degustazione di Pinot Nero OP; un’indole arricchita dall’evoluzione in bottiglia. Chi tra voi ha bevuto vecchie annate sa di cosa parlo, vini integri anche a vent’anni dalla vendemmia, ancora di carattere al palato ed affascinanti all’olfatto, a dimostrazione di un ottimo potenziale di invecchiamento, descrivendo, anche per i più scettici, il livello qualitativo che il territorio può esprimere.

Ora, anzichè rispondere alle domande iniziali, mi viene da porre un quesito diverso: e se il problema dell’Oltrepò Pavese non fosse la qualità, ma l’errata comunicazione di questi vini? Una comunicazione che già zoppica nelle parole usate dai produttori, a causa della mancanza di consapevolezza dei propri vini e per le difficoltà che si hanno ad affrontare un mercato così ricercato. Il problema non è né il vino, né il prezzo, né l’innegabile qualità, ma la mancanza di consapevolezza e di conoscenza del mercato. Una mancanza riflessa in troppe carte dei vini…

Tornando a noi, abbiamo visto come i vini mutino passando da est ad ovest, di come le differenti espressioni di suolo e clima siano capaci di generare tali cambiamenti, dimostrando la dinamicità del territorio su uno dei vitigni più complicati al mondo e che trova in Oltrepò la culla perfetta per la sua maturazione. Questa sua vocazione territoriale è innegabile e dimostrata in questa serata non solo da certi nomi, ma anche da alcuni giovani produttori con minor esperienza e che hanno saputo assecondare abilmente la vigna fino in bottiglia.

Sappiamo tutti che esistono moltissime cantine che producono questo vino e potrebbero/dovrebbero essere su questa tavola; di certo l’augurio è quello di aggiungerne presto altri per completare le informazioni che ci servono per le nostre indagini territoriali. A presto per la seconda parte…….

Qui di seguito, troverete le 12 schede dei vini.

Da sx alto: Andrea Barbieri(Eredi Barbieri); Isabella Biraghi(Conti Vistarino); Alessio Brandolini(Brandolini); Pietro Dilernia(Terre d’Oltrepò/La Versa); Marco Bertelegni(Monsupello)
Da sx basso: Stefano Picchi(Picchi); Riccardo Cimò(The Wriner); Achille Bergami(Travaglino)

Tutte le bottiglie sono state aperte 3 ore prima delle degustazioni ed assaggiate per valutarne problemi, che comunque non ci sono. Tappi e vini sono puliti e pronti. Ripeto, i vini sono stati serviti alla cieca.

A fondo pagina troverete la mappa del territorio ed il luogo di origine di ogni vino.

Vino 1 – Ruiz de Cardenaz – Brumano. Colore, olfatto e palato ci fanno subito notare l’adolescenza di questo vino. Decisa venatura porpora, giunge al naso con intensità e morbidezza, note vegetali e sfumature di pepe si susseguono durante la degustazione. Entra elegante al palato, ma questa sua parte più fine si perde tra l’energia dei tannini e l’acidità non ancora in equilibrio, chiudendo con una lunga persistenza appena amaricante. Un vino che ha trama e necessita perciò pazienza, da mettere in cantina ed aspettare, tanto una cosa è chiara per tutti: questo vino non teme il tempo.

Vino 2 – Andrea Picchioni – Arfena. Il colore è nettamente differente dal primo, più trasparente e brillante, la sfumatura porpora è una lieve velatura e più si avvicina il colore del Pinot Nero. Il naso continua ad evolvere nel bicchiere, comincia con tendenze dolci tra resina ed erbe aromatiche, continua su sedano, cassis ed anice, chiude balsamico e con sentori di violetta. Dimostra complessità ma non conquista tutti. Il sorso è pulito ed è il tannino a porsi sopra l’equilibrio finale, possiede un’ottima beva e di certo non disdegna l’affinamento in vetro per qualche altro anno. L’acidità è lunga e persiste, è forse la caratteristica che ho preferito maggiormente, aiutata anche alla leggera sapidità.

Vino 3 – Conte Vistarino – Pernice. Qualcuno più veloce di altri a bere, dichiara subito l’eleganza e l’equilibrio di questo vino. Gli altri la confermano. Bel rosso rubino carico e trasparente, non si dimostra subito al naso, ma ci vogliono più passaggi per coglierne tutta la complessità. Leggermente balsamico all’inizio, seguono ciliegia, mora e le sfumature terziarie di cacao, tabacco dolce e liquirizia. Il tannino è sempre ben presente, più maturo rispetto ai precedenti, ed anche l’acidità si dimostra più equilibrata nella franca struttura del vino. Pieno ed intenso, ritrovo gli stessi sentori persistere sul palato, con una leggera chiusura amara che copre la fine mineralità avvertibile sul basso palato. La beva già ci affascina e si avverte il lungo potenziale di invecchiamento.

Vino 4 –Bisi – Calonga. Tutti ne riconosciamo la finezza al naso, la precisione dei profumi e la piacevole evoluzione. I sentori di erbe alpine, ribes, resina e violetta vengono apprezzati da tutti proprio per la franchezza ed eleganza. E’ l’acidità la caratteristica che dona piacevolezza al vino, aiuta la salivazione a tal modo che la bocca sembra chiederne ancora. I Tannini già eleganti persistono sul fondo insieme alla trama minerale/sapida, completando il vino nella sua struttura. Eleganza, armonia e struttura, è uno dei vini su cui abbiamo forse discusso meno, proprio perchè ci trovava tutti in accordo. Pronto alla beva e di ricca personalità olfattiva. Anche il colore affascina, un rubino scarico brillante che può far pensare anche ad altri territori.

Vino 5 –Frecciarossa – Giorgio Odero. Di un colore rosso rubino intenso sembra far intendere da subito una certa energia. L’energia c’è, la complessità pure, l’equilibrio e la carnosità finiscono il discorso. Leggermente balsamico, una speziatura che ricorda il coriandolo(semi) e la netta sfumatura minerale ferrosa, quasi sanguigna, aiutano a identificare molto il territorio ed un produttore in particolare (per chi ha avuto il piacere di assaggiarlo più volte). Al palato è compatto, minerale e sanguigno con viva acidità, un vino davvero pieno in cui, però, l’importante trama tannica ed il finale amarognolo ne rallentano la beva. Anche qui la maggior parte del pubblico si trova in accordo sulla qualità di questo vino, ed è solo la gioventù l’unico punto negativo che lo penalizza al momento dei voti.

Vino 6 – Castello di Stefanago – Campo Castagna. Probabilmente il vino più discusso, si sono detti nomi di persone e comuni, mai nessuno ha indovinato ed è rimasto un mistero fino alla fine. Molto discusso soprattutto per quei sentori di cavallo e sotto bosco a cui qualcuno dice no, mentre altri con la mente vanno a vini che si vedono sempre più raramente, solo uno(un maestro) spiega come il palato sia ben equilibrato, definendolo ben fatto dal punto di vista della struttura(enologi!!), così la diffidenza iniziale crolla e iniziamo a prendere le misure. Il vino è veramente palpabile tra lingua e palato, il tannino è deciso e maturo, l’acidità si sposta più sulle guance che sul fondo palato, con buona persistenza finale. E’ certamente il suo carattere “selvatico” che spacca il tavolo. Il colore? Rosso rubino carico, meno trasparente dei precedenti.

Vino 7 –Mazzolino – Noir. Si ricomincia bene e i più tecnici al tavolo ne traggono subito un’ottima valutazione: vino in equilibrio, legno ben integrato, asciutto, pieno ed elegante. Quest’ultima caratteristica è decisa da una fine acidità che mette in riga il palato. Vino verticale e ben fatto per molti. L’ulteriore tempo in bottiglia lo aiuterà soprattutto sull’evoluzione dei profumi che per ora mancano un pochino di definizione ed apertura. Ritrovo comunque quella parte minerale/ematica che tanto mi è piaciuta nel vino 5, e come per lui, ci sono alte aspettative future ad attenderlo.

Vino 8- Stefano Milanesi – Maderu. (Quest’annata sta per andare in bottiglia, ne è stato preso un campione da una delle 4 barrique prodotte perché non volevo mancasse nella degustazione). Qualcuno non resiste e parla subito, ne parla molto bene e non sbaglia. Arriva bene al naso, le note dolci di ciliegia e pepe sono indelebili, restano nel bicchiere e non svaniscono, aggiungendo col tempo gomma e liquirizia. La beva ha gusto e spessore, piace a molti, di chiara sapidità e vibrante acidità, con un avvolgente trama che chiude con bei tannini maturi. L’ossigenazione nel bicchiere ne aiuta l’armonia e lo lascia esprime sempre più chiaramente. Ottimo binomio di energia e piacevolezza.

Vino 9 –Travaglino – Poggio della Buttinera Riserva. Continuiamo su quest’onda di qualità. Bel rosso rubino vivo, di buona complessità aromatica tra frutta rossa, balsamicità e speziatura; solo la sfumatura del legno ne crepa la finezza, facendone solo una questione di tempo. Ottimo ingresso iniziale al palato e ottima chiusura, leggera sapidità e buona persistenza di gusto, dove sulla parte retronasale non si scorge più il legno. Forse non la stessa struttura di altri ma di certo ha una finezza ed una beva che hanno decisamente affascinato noi degustatori.

Vino 10 –Picchi – Terramossa. Il colore non si discosta molto dai precedenti, a cui aggiungo una lieve sfumatura arancio, il naso invece si discosta maggiormente. Più maturo sulla frutta, amarena, ribes e nuovamente l’intensità delle erbe, finendo nuovamente questa venatura minerale ferrosa. Il legno non si scorge. Certo ha intensità, ma non la stessa finezza di altri. Ingresso leggermente caldo con un lungo finale fruttato ed amarognolo, leggera sapidità e tannini maturi a completare un vino intenso e ben fatto; bene il legno e l’equilibrio.

Vino 11 – Alessio Brandolini –Al Negrès. (Questa è la prima annata assoluta prodotta da Alessio, uno dei giovani vignaioli oltrepadani che più rispetto sul territorio).Colore e naso mi ricordano due vini della prima batteria, il 2 e il 4, a cui basta aggiungere una sfumatura arancio sull’unghia. Al naso questi vini sono più immediati, i profumi nitidi e più disponibili di altri all’olfatto. Escono note dolci di liquirizia e mandorle, leggera balsamicità e nel tempo persino sentori di frutta esotica. Buona evoluzione al naso, mentre al palato rivela un ingresso sottile, l’acidità è meno immediata rispetto ai tannini che restano più persistenti; il minor corpo al palato offre una beva più agevole e non per questo meno interessante, ripresentando sul finale le tendenze dolci sentite prima al naso.

Vino 12 –Bertè e Cordini – Nüval. In una degustazione alla cieca tra 100 vini di varietà differenti, di questo avrei subito detto “Pinot Nero”. Probabilmente il più varietale tra tutti e non banale. Rosso rubino intenso, nitido sui profumi di frutta di bosco, piacevole e fragrante, sempre con questa verve leggermene balsamica e la sfumatura di vaniglia. Al palato è proprio questa sua persistenza di gusto che mi piace tanto, pulito e di ottima beva. Un vino rotondo accompagnato da una succosa acidità dove è solo il tannino a creare l’unico spigolo, o forse, più un richiamo a qualcosa da mangiare. Ancora meglio è stato il riassaggio del giorno seguente.