Il Pinot Nero d’oltreoceano: la Willamette Valley

Anche voi siete afflitti da un inguaribile amore per il Pinot Nero? Si? Bene! Perché se è vero che l’amore non ha confini, quello per il più nobile vitigno non è certo da meno. L’Italia ne ha la vocazione, pensiamo all’Alto Adige, all’Oltrepò, al Friuli, alla Toscana e all’Umbria, troviamo molti testimoni da queste zone; per non parlare della Francia: padre, figlio e spirito santo del Pinot Nero con le sue Maison e Domaine a dominare il mercato. Con un po’ di ricerca in più, ecco spuntare la valle di Ahr in Germania, i Pinot sloveni e persino il Cile e l’Australia. E gli Stati Uniti? Un miraggio. Un ottimo Pinot Nero non costa poco a scaffale e gli alti prezzi di oltre oceano non stimolano l’investimento nel “vecchio mondo”. E la cosa non dovrebbe essere di nostro gradimento perché sulla costa ovest degli Stati Uniti, attraversato dal 45° parallelo, esiste un territorio con una curiosa storia da raccontare: parlo della Willamette Valley in Oregon.

Perché cercare i loro vini? Per lo stesso motivo per il quale bevete Borgogna o vi affannate nella ricerca delle migliori bottiglie d’Italia: l’espressione. Incastrata tra le Cascade Mountains ad est e la Costal Range mountains ad ovest, la valle si estende per 250 chilometri da Portland a nord fino a Eugene a sud, larga circa 100, possiede peculiarità differenti di clima e suolo che determinano l’espressione dei vini. Le influenze del clima oceanico, le differenti altitudini, i differenti terreni, questi e altri fattori sono le firme personali del territorio che si riflettono nella bottiglia. L’immaginazione ci può far pensare ad un territorio enorme, vero, ma le zone di maggiore interesse sono distribuite nel centro nord della Willamette Valley AVA(American Viticolture Area), segmentata in 7 AVA minori che assieme contano circa 5000 ettari vitati di cui il 75% è rappresentato dal Pinot Nero. Quanta strada è stata fatta e a che velocità dal primo ettaro di Pinot Nero piantato nel 1965 da David Lett, una strada fitta di premi e onori meritati proprio grazie alla qualità del luogo. Insomma, le premesse proiettano in alto aspettative.

Aspettative confermate da 5 giorni di enoica presenza sul territorio, in aggiunta alle decine di tasting e alle bottiglie che ho portato fino a casa, costringendomi ad aggiungere un bagaglio extra al mio biglietto. Già, spedire dagli Stati Uniti ha costi veramente elevati, a volte proibitivi, perciò la stiva dell’aereo è la scelta più azzeccata per aggirare l’ostacolo.

Da Portland basta un’oretta di macchina per raggiungere il cuore vinicolo della Willamette Valley, ovvero quel triangolo produttivo con ai suoi vertici Yamhill, Newberg e Gaston a nord, il quale negli ultimi 40 anni ha sfornato i vini di maggiore interesse di tutta la valle. All’interno e all’esterno di questo ipotetico triangolo si susseguono le AVA, delineate per le differenze di terroir che si riflettono nei vini. L’altitudine e l’influenza dell’Oceano Pacifico sono i due fattori chiave per trovare quell’escursione termica tanto amata dal Pinot Nero. La Dundee Hill AVA è il cuore pulsante della zona, conta numerose cantine e alcuni dei più celebri e costosi vini sul mercato; a pochi chilometri di distanza l’una dall’altra, potete visitare la Archery Summit Estate, Domaine Drouhin e Domaine Serene, mentre a Dundee suggerisco di visitare le tasting room (wine point) di molte aziende per assaggiarne i vini. Consiglio Purple hands e The Four Graces, nonché uno stop per pranzo da Trellis se siete in cerca di buon cibo e buoni consigli. Queste enoteche aziendali sono una benedizione, ti consentono di degustare molteplici vini e cru per una spesa tra i 15 e i 50(esagerando) dollari, scontata al momento dell’acquisto. In trenta minuti sei fuori dalla porta e senza spostare la macchina ti dirigi verso la prossima meta, meraviglioso.

A McMinnville troviamo il passaggio obbligato alla Eyrie Vineyards, cantina culto e tappa obbligatoria per conoscere la storia e la nascita enologica della Valley. A poca distanza trovate la Goodfellow Family Cellar, la piacevole sorpresa della giornata.

Andando verso nord si incontra il piccolo centro rurale di Carlton, forse il luogo in cui mi sono divertito di più nonostante l’ambientazione da farwest. Nel caso abbiate nostalgia dell’Italia fermatevi da Cana’s Feast, provare il Sangiovese Grosso Made in USA è pur sempre un’esperienza, e poi Nebbiolo, Barbera, Primitivo ed Arneis. In paese non dovete mancare le tasting room di K&M e Ken Wright; il primo è stata una sorprendente scoperta del tutto casuale, avvalorata da vini e gente fantastica; mentre Ken Wright era il terzo nome sulla mia lista dei “Do not miss!”.

Altra visita da non mancare e presente sulla mia lista è Patricia Green Cellar, il tempio giusto per degustare grandi vini ed ascoltare la storia della donna che tanto ha fatto per la WV. Prenotazione necessaria. Un’altra cantina da visitare è la Resonance Wines ad ovest di Carlton; io purtroppo non ho fatto in tempo, ma ho provato i vini mentre ero a Portland ed è stato come un salto in Borgogna.

Dopo esservi lasciati alle spalle Yamhill, fermatevi alla Willakenzie Estate e godetevi la degustazione in terrazza senza fretta di ripartire, questa cantina è un esempio di accoglienza e teatralità.

Stesso discorso anche per Elk Cove, vicino Gaston, una splendida cantina sorta sulla sponda di un anfiteatro naturale con vigne e bosco a descrivere un panorama incantevole. Proseguendo per la medesima strada raggiungerete Kramer Vineyard, gente splendida e luogo ideale se volete provare Metodo Classico e Charmat da varietà europee prodotti come si deve.

Il migliore consiglio che posso darvi, è quello di visitare una o due aziende al mattino per approfondire le nozioni sul terroir, per poi passare il pomeriggio e la sera in una delle tante cittadine agricole ricche di enoteche ad ogni angolo. In alcune troverete professionisti imparziali ben disposti a rispondere anche alle domande più scomode. Inoltre, le degustazioni sono spesso orizzontali con diversi cru da assaggiare, questo perchè ogni cantina possiede vigneti in più AVA al fine di imbottigliare il carattere distintivo del singolo terroir d’origine. Cosa che noi italiani amiamo tanto.

Uno degli aspetti più incantevoli è la natura, ricca e selvaggia copre ampie superfici con boschi, laghi e fiumi, influenzando positivamente il clima soprattutto la sera con ampie escursioni termiche. Ritengo comunque che l’aspetto più complesso da studiare sia il suolo: se è vero che in alcune AVA convivano differenti tipi di terreni, altre ne hanno fatto la caratteristica fondamentale, delineando in questo modo un’espressione spesso utilizzata individualmente in etichetta. Strati vulcanici ricchi di minerali, suoli calcarei di origine marina, marne e  scisti si impastano con l’argilla creando differenze sostanziali anche tra i vigneti posti sulle stesse colline.  Per affrontare questo discorso di clima&suolo ci vuole ben più di un articolo, se però desiderate approfondirlo da subito vi consiglio un primo sguardo al sito della WV (https://willamettewines.com/about-the-valley/avas/) dove vi fornisco chiaramente i dati di maggiore rilevanza.

Parliamo ora finalmente di vino e di questa tanta agognata espressione. Sappiamo che non esiste una formula aurea per produrre il miglior Pinot Nero, ci vogliono innanzitutto pazienza e sensibilità, nonché una lunga esperienza.

Siete avvertiti, state per entrare in un altro mondo, lo si capisce non appena si mette il naso nel bicchiere: si comincia con un frutto più tenue principalmente con aroma di lampone e prugna, a volte accompagnati da sentori floreali di viola e rosa, ma è sicuramente l’affinamento in legno a dare un’impronta alternativa al vino. Il binomio terroir – barrique crea un ampio ventaglio olfattivo: legno affumicato, spezie dolci, black tea, chiodi di garofano, noce moscata, cannella, zest d’arancia e cola. La duttilità del Pinot Nero esprime profili differenti in questi luoghi, a volte nuovi per essere onesti, attraverso un ventaglio olfattivo differente da quello del “vecchio mondo” a cui siamo maggiormente abituati. Questo discorso vale anche per l’acidità, la quale è maggiormente minerale se originata da terreni vulcanici o marini e di struttura più rotonda dai terreni più ricchi di argilla. Vini di buon corpo raramente sopra le righe, fatto riconfermato dagli appunti presi in cui sporadicamente trovo vini eccessivamente tannici o bombe di frutta.

Dopo giorni a degustare si cominciano a delineare i caratteri delle diverse AVA: Dundee Hills (900 Ha vitati totali) ha struttura, ma la celebre AVA non sempre mi ha entusiasmato a causa dello spigolo creato dall’alcol, vini eterei a volte poco definiti che avrebbero bisogno di più tempo in bottiglia. Dei molti degustati solo pochi vini mi hanno davvero colpito, ma quei pochi sono anche tra i migliori di tutta la valle a dimostrazione della complessità del luogo e del suo potenziale. La piccola Ribbon Ridge AVA(150 Ha) si evidenzia per la sfumatura leggermente agrumata, note nette di lampone e di suolo, soprattutto per la parte sanguinea/ferrosa che spesso ho trovato nel bicchiere. Forse tra i più identificabili in una degustazione alla cieca. Anche la Eola Amity Hills AVA(1240 Ha) si contraddistingue dalle altre, differente per quegli aromi iodati e di piccola bacca scura, non avevo mai provato dei Pinot Nero così. Personalmente ho assaggiato pochi vini da questa zona, ma quei pochi mi sono rimasti ben impressi in mente. Bene anche Yamhill Carlton AVA(975 Ha) dove lo spettro aromatico si fa più ampio, dalla frutta a bacca scura alle note floreali e vegetali arricchite dalle spezie. Identità simile anche per la McMinnville AVA(305 Ha), una zona ampia con molte influenze climatiche e pochi ettari vitati. Nella Chehalem Mountains AVA(1090 Ha) l’altitudine e le conseguenti variazioni di temperatura provocano nette differenze tra i vini della zona, rendendo più difficile definire un’impronta territoriale; a volte tenui, floreali ed erbacei, altre volte complessi, corposi e fruttati. La neo promossa Van Duzer Corridor AVA (400 Ha) si è guadagnata la denominazione grazie all’influenza dei venti freddi oceanici che caratterizzano la maturazione delle uve, rendendo questo luogo adatto anche a vitigni bianchi più aromatici. AVA ancora poco conosciuta che saprà ritagliare il suo posto nel quadro produttivo della Valley.

Parlando di prezzo, ho trovato buoni vini sui 25 dollari, ma la fascia tra i 30 – 60 dollari è quella più soddisfacente nel rapporto qualità prezzo. Non serve spendere 100 o 200 dollari per avere il meglio, una giusta ricerca dei vini vi consentirà di riportare a casa qualche bottiglia per stupire i vostri amici a tavola.

Tra gli oltre 100 vini assaggiati, ecco una piccola lista alla rinfusa dei miei PN preferiti:

  • Rèsonance Wines – Rèsonance 2016
  • Purple Hands – Freedom hills 2016
  • K&M – Beacon hills 2017
  • K&M – Alchemy Cuveè 2016
  • Elk Cove – La Boheme 2016
  • Elk Cove – Old vines 2017
  • Patricia Green – Vulcanic 2015
  • Patricia Green – Old Vine Ribbon Ridge 2016
  • Kramer – Cardiac Hill 2015
  • Kramer – Heritage 2015
  • Willakenzie – Triple black slopes 2016
  • Domaine Serene – Fleur de lis 2016
  • Lingua Franca – Estate PN 2016
  • Ken wright – Savoya 2015
  • Goodfellow – Ribbon Ridge 2015
  • Domaine Divio – Ribbon Ridge 2016
  • Domaine Drouhin – Dundee Hills 2016
  • Domaine Drouhin – Roserock – Zèphirine 2015
  • Montebruno – Momtazi vineyard 2014
  • Kelley Fox Wine – Momtazi 2016